Complessità e contraddizioni nell’architettura

Esistono libri che segnano un punto di svolta nel dibattito culturale di un’epoca. “Complessità e contraddizioni nell’architettura” di Robert Venturi, pubblicato per la prima volta nel 1966, appartiene indubbiamente a questa categoria. Descritto dal critico Vincent Scully nella sua introduzione come “probabilmente il testo più importante sull’architettura dai tempi di ‘Verso un’architettura’ di Le Corbusier”, questo breve ma denso saggio ha posto le basi teoriche per quella che sarebbe stata definita l’architettura postmoderna, sfidando apertamente i dogmi del modernismo allora dominante.

Complessità e contraddizioni nell'architettura
Complessità e contraddizioni nell’architettura

Un manifesto gentile ma rivoluzionario

La forza rivoluzionaria del testo di Venturi sta paradossalmente nel suo tono misurato e nella sua erudizione. Non si tratta di un manifesto incendiario che proclama la morte dell’architettura moderna, ma di una critica ragionata che si sviluppa attraverso un’analisi attenta di esempi storici e contemporanei. Come dichiara l’autore stesso nell’introduzione, il suo è “un manifesto gentile”, che non respinge in blocco l’eredità modernista ma ne mette in discussione i principi semplificatori e l’ortodossia che si era cristallizzata negli anni ’50 e ’60.

La tesi centrale del libro è sintetizzata nella celebre dichiarazione: “Preferisco gli elementi ibridi a quelli ‘puri’, quelli di compromesso a quelli ‘puliti’, quelli distorti a quelli ‘diritti’, quelli ambigui a quelli ‘articolati’, quelli perversi quanto quelli impersonali, quelli noiosi quanto quelli ‘interessanti’, quelli convenzionali a quelli ‘disegnati’, quelli accomodanti piuttosto che quelli escludenti, quelli ridondanti piuttosto che quelli semplici, quelli irregolari ed equivoci piuttosto che quelli diretti e chiari. Sono a favore della vitalità confusa piuttosto che dell’unità ovvia.” Questa dichiarazione rappresenta una sfida diretta al minimalismo e alla purezza formale predicati da architetti come Mies van der Rohe, sintetizzati nel celebre motto “less is more” (il meno è il più).

Il “sia…sia” contro l'”o…o”

Uno dei contributi più significativi del libro è la riabilitazione della complessità e dell’ambiguità come valori positivi in architettura. Venturi critica quella che definisce l’ideologia dell'”o…o” tipica del modernismo ortodosso: un edificio deve essere o funzionale o decorativo, o razionale o intuitivo, o orientato al futuro o rispettoso del passato. A questa logica esclusiva, l’autore contrappone la logica inclusiva del “sia…sia”, che accetta le contraddizioni e le tensioni come componenti feconde e inevitabili del processo creativo.

Attraverso un’attenta analisi di esempi storici – dalle ville di Palladio alle chiese barocche, dai palazzi manieristi all’edilizia vernacolare – Venturi dimostra come l’architettura più vitale e significativa sia sempre stata quella che ha saputo incorporare complessità, contraddizioni e ambiguità, piuttosto che eliminarle in nome di una coerenza astratta. Questa rilettura della storia architettonica non è un semplice esercizio accademico, ma una strategia per arricchire il vocabolario formale contemporaneo, impoverito dalle semplificazioni moderniste.

“Less is a bore”: il ritorno della ricchezza espressiva

La risposta di Venturi al minimalismo miesiano è condensata nella sua celebre battuta “less is a bore” (il meno è una noia). Questa frase non va interpretata come un semplice invito all’ornamento gratuito, ma come una rivendicazione della ricchezza espressiva dell’architettura. L’autore mostra come la semplificazione estrema predicata dal tardo modernismo avesse portato a edifici privi di significato culturale, incapaci di comunicare con gli utenti e di inserirsi in un dialogo significativo con il contesto urbano.

Particolarmente innovativa è l’attenzione che Venturi dedica al significato in architettura, agli aspetti simbolici e comunicativi dell’ambiente costruito. In un’epoca in cui l’architettura era considerata principalmente in termini di spazio, funzione e struttura, l’autore riporta al centro del dibattito la capacità degli edifici di veicolare significati culturali attraverso riferimenti, allusioni e citazioni. Questa attenzione alla dimensione semantica prepara il terreno per il suo successivo libro “Learning from Las Vegas” (1972), scritto con Denise Scott Brown e Steven Izenour, che esplorerà più a fondo il potenziale comunicativo dell’architettura commerciale vernacolare.

Uno sguardo nuovo sulla storia

Un altro aspetto rivoluzionario del libro è il suo approccio alla storia dell’architettura. In un periodo in cui il modernismo ortodosso aveva relegato la tradizione a oggetto di studio accademico, senza rilevanza per la progettazione contemporanea, Venturi rilegge il passato come fonte viva di lezioni ancora attuali. La sua analisi non si limita ai monumenti canonici, ma esplora anche opere minori, esempi di manierismo, soluzioni architettoniche anomale o ibride che la storiografia ufficiale aveva spesso trascurato.

Particolarmente significativa è la sua riabilitazione di architetti come Michelangelo, Borromini o Hawksmoor, le cui opere complesse e contraddittorie erano state spesso considerate deviazioni problematiche rispetto a ideali di armonia e purezza. Venturi mostra come proprio queste tensioni, queste ambiguità, queste sfide alle convenzioni rappresentino gli aspetti più vitali e fecondi del loro lavoro. Non si tratta di un invito al revival storicistico, ma di un’esortazione a recuperare una complessità di pensiero che il modernismo aveva sacrificato sull’altare della coerenza ideologica.

L’ordine complesso e l’architettura difficile

Contrariamente a quanto alcuni critici hanno sostenuto, Venturi non propone un abbandono dell’ordine architettonico a favore del caos o dell’arbitrio formale. Il suo obiettivo è piuttosto la ricerca di quello che definisce un “ordine complesso”, che nasce dall’accettazione e dalla gestione consapevole delle contraddizioni, piuttosto che dalla loro semplice eliminazione. “Un’architettura di complessità e contraddizione”, scrive, “deve perseguire la difficile unità dell’inclusione piuttosto che la facile unità dell’esclusione.”

Questo concetto di “unità difficile” è illustrato attraverso un’analisi attenta di numerosi esempi storici e contemporanei. Venturi mostra come edifici apparentemente semplici nascondano spesso complessità inaspettate, e come queste complessità non siano difetti da eliminare ma qualità da valorizzare. L’autore introduce concetti come “elemento a doppia funzione”, “ambiguità”, “contraddizione adattata” e “contraddizione giustapposta” per analizzare le strategie con cui architetti di diverse epoche hanno gestito le inevitabili tensioni tra esigenze contrastanti.

Questa teoria della “complessità e contraddizione” non è solo un’analisi retrospettiva della storia dell’architettura, ma anche una proposta operativa per la progettazione contemporanea. Venturi suggerisce che accettare e lavorare con le contraddizioni – tra interno ed esterno, parte e tutto, struttura e rivestimento, tradizione e innovazione – possa generare un’architettura più ricca, più umana e più significativa di quella prodotta dalla ricerca ossessiva della coerenza assoluta.

Un nuovo linguaggio critico

Uno degli aspetti più duraturi del libro è il nuovo vocabolario critico che introduce per discutere l’architettura. Termini come “ambiguità”, “complessità”, “contraddizione”, “inclusività”, “pluralità”, “polivalenza” diventano strumenti analitici per comprendere e valutare l’ambiente costruito. Questo linguaggio rappresenta una rottura significativa con la terminologia modernista, centrata su concetti come “purezza”, “chiarezza”, “funzionalità”, “razionalità”.

L’apparato concettuale sviluppato da Venturi si è rivelato straordinariamente fertile, non solo per comprendere l’architettura postmoderna che il libro ha contribuito a ispirare, ma anche per rileggere con occhi nuovi la storia dell’architettura e per analizzare fenomeni contemporanei come il decostruttivismo o il parametricismo. A distanza di oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione, questo vocabolario critico continua a influenzare il modo in cui pensiamo e parliamo di architettura.

L’influenza su generazioni di architetti

L’impatto di “Complessità e contraddizioni nell’architettura” è stato enorme e multiforme. Il libro ha dato voce a una generazione di architetti che si sentivano limitati dai dogmi del tardo modernismo e cercavano un linguaggio architettonico più ricco e sfumato. Progettisti come Charles Moore, Michael Graves, Aldo Rossi, James Stirling e lo stesso Venturi hanno sviluppato approcci diversi ma tutti caratterizzati da una nuova libertà nell’uso del riferimento storico, dell’ornamento, del simbolismo.

L’influenza del testo si è estesa ben oltre i confini del postmodernismo storico. Anche architetti che non si identificano con questa corrente hanno assimilato molte delle intuizioni di Venturi sulla complessità, sull’ambiguità, sul significato in architettura. La critica all’universalismo modernista e la rivendicazione del valore del contesto locale, dell’identità culturale, della specificità storica sono diventate parte del patrimonio comune della cultura architettonica contemporanea.

Un libro di immagini oltre che di parole

Un aspetto peculiare del libro, che contribuisce alla sua efficacia comunicativa, è l’uso strategico delle immagini. Il testo è accompagnato da un ricco apparato iconografico che include fotografie, disegni, schemi analitici di edifici di diverse epoche e stili. Queste immagini non sono semplici illustrazioni del testo, ma parte integrante dell’argomentazione. Venturi mette spesso a confronto edifici apparentemente distanti – per epoca, funzione, stile – per evidenziare analogie strutturali o strategie compositive simili.

Particolarmente efficaci sono i disegni analitici realizzati dallo stesso autore, che isolano e mettono in evidenza specifici aspetti degli edifici discussi: la gestione delle contraddizioni tra interno ed esterno, le ambiguità percettive, le relazioni tra elementi apparentemente discordanti. Questi disegni rappresentano non solo strumenti di analisi ma anche esempi di un nuovo modo di guardare all’architettura, attento alle complessità e alle sfumature piuttosto che alle semplificazioni ideologiche.

Conclusione: un classico sempre attuale

A più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, “Complessità e contraddizioni nell’architettura” resta un testo fondamentale, tanto per la sua importanza storica quanto per la sua perdurante attualità. Se alcune polemiche contro il modernismo ortodosso possono sembrare oggi meno urgenti, i temi centrali del libro – la complessità come valore, la ricchezza semantica dell’architettura, il rapporto problematico con la tradizione, la tensione tra ideali astratti e realtà concreta – rimangono questioni cruciali nel dibattito architettonico contemporaneo.

Il libro di Venturi non offre ricette semplici o soluzioni universali. Al contrario, ci invita a diffidare delle formule preconfezionate e a confrontarci con la complessità ineludibile del fare architettura in un mondo contraddittorio. In un’epoca in cui nuovi dogmatismi – tecnologici, ambientali, formali – rischiano di sostituire quelli del passato, la lezione di “Complessità e contraddizioni nell’architettura” mantiene intatta la sua forza liberatoria: accettare le contraddizioni, abbracciare la complessità, perseguire quella “difficile unità dell’inclusione” che resta una delle sfide più affascinanti dell’arte del costruire.

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