Pensare l’architettura

“Pensare l’architettura” di Peter Zumthor (titolo originale: “Thinking Architecture”, pubblicato per la prima volta nel 1998) rappresenta un’anomalia preziosa. Il libro, snello ed essenziale come le architetture del suo autore, raccoglie una serie di brevi testi in cui l’architetto svizzero, vincitore del Premio Pritzker nel 2009, riflette sulla propria pratica professionale e sulla sua personale concezione dell’architettura.

Pensare l'architettura
Pensare l’architettura

La voce di un maestro artigiano

La prima caratteristica che colpisce di questo libro è la qualità della scrittura. Zumthor, noto per la sua parsimonia verbale quanto per la precisione dei suoi edifici, si rivela un prosatore dotato di straordinaria sensibilità. Il suo linguaggio, limpido e concreto, evita sia le astrusità teoriche sia le semplificazioni banali per cercare una precisione poetica capace di evocare esperienze sensoriali e stati d’animo. Non è un caso che l’architetto abbia iniziato la sua formazione come ebanista: la sua scrittura ha la stessa qualità tattile e la stessa attenzione al dettaglio che caratterizzano il lavoro artigianale con il legno.

Il tono è personale, talvolta confessionale, ma mai indulgente o narcisistico. Zumthor parla della propria esperienza non per autocelebrazione, ma per condividere un percorso di ricerca continua, di tentativi, di scoperte. La sua è la voce di un maestro che non pretende di avere risposte definitive, ma che offre le proprie riflessioni come contributo a un dialogo più ampio sul significato e il valore dell’architettura.

Memoria e presenza

Uno dei temi centrali del libro è il rapporto tra architettura e memoria. Zumthor parte dalle proprie esperienze infantili – la maniglia di una porta, il rumore dei ciottoli sotto i piedi, la luce che filtra attraverso le tende – per esplorare come la memoria sensoriale influenzi profondamente la nostra percezione degli spazi. “Quando penso all’architettura”, scrive, “dentro di me nascono delle immagini. Molte di queste immagini sono legate alla mia formazione e al mio lavoro di architetto. Contengono la conoscenza professionale dell’architettura che ho raccolto nel corso del tempo. Altre immagini hanno a che fare con la mia infanzia. Mi viene in mente quel tempo della mia vita in cui vivevo l’architettura senza riflettere.”

Questa attenzione alla memoria personale non si traduce però in nostalgia o in fissazione sul passato. Al contrario, Zumthor è profondamente interessato alla capacità dell’architettura di creare presenza, di suscitare esperienze immediate e intense nell’hic et nunc. Per l’architetto svizzero, un edificio riuscito è quello che riesce a parlare direttamente ai sensi e alle emozioni, prima ancora che all’intelletto. “L’architettura conosce due possibilità fondamentali di composizione dello spazio”, afferma, “il corpo chiuso, isolato nel suo spazio interno, e il corpo aperto che racchiude una parte dell’infinito spazio continuo.”

La corporeità dell’architettura

Un altro tema fondamentale del libro è la corporeità dell’architettura, la sua natura profondamente materiale. Zumthor diffida delle architetture concepite come puri concetti o come immagini accattivanti destinate alle riviste. Per lui, l’essenza del costruire sta nell’assemblaggio concreto di materiali reali che interagiscono con la luce, con il clima, con il tempo, con i corpi degli abitanti.

L’architetto svizzero dedica pagine di straordinaria sensibilità alla descrizione dei materiali – legno, pietra, metallo, vetro – e al modo in cui le loro qualità fisiche determinano l’esperienza degli spazi. “I materiali sono infiniti”, scrive, “prendete una pietra: potete segarla, levigarla, forarla, spaccerla e lucidarla, e ogni volta sarà diversa. Poi prendete in considerazione le minuscole quantità, o quantità enormi, dello stesso materiale. Diventa qualcosa di diverso. Poi mettetelo in luce, e vedremo che cambia ancora. Un materiale solo, e già si hanno mille possibilità.”

Questa attenzione quasi amorosa per la dimensione tattile e sensoriale dei materiali è complementare a un analogo interesse per la dimensione tettonica, per il modo in cui gli elementi costruttivi si incontrano, si sovrappongono, si sostengono a vicenda. Come spiega Zumthor, “la costruzione è l’arte di formare un insieme con un senso a partire da molte parti. Gli edifici sono testimonianze della capacità umana di costruire cose concrete. Per me, il nucleo di ogni compito architettonico risiede nell’atto del costruire.”

Il silenzio e la bellezza

Un concetto che attraversa tutto il libro è quello di silenzio. Non il silenzio acustico (sebbene Zumthor sia molto attento anche alla dimensione sonora dell’architettura), ma una qualità più profonda: la capacità di un edificio di sottrarsi al rumore visivo e concettuale contemporaneo per offrire un’esperienza di quiete e concentrazione. “Vi sono edifici che mi sembrano collocati con naturalezza e io li posso guardare. Non sembrano richiedere particolare attenzione, e tuttavia non è possibile pensare al luogo dove si trovano senza di essi”, osserva.

Questo silenzio è per Zumthor strettamente legato a un’idea di bellezza che non ha nulla di decorativo o superficiale. La bellezza emerge dall’accordo profondo tra funzione, forma e materiali, dalla capacità dell’edificio di rispondere in modo preciso e poetico alle esigenze pratiche e simboliche che lo hanno generato. “Quando un’opera architettonica riesce a sposare la forma all’uso al quale è destinata, e ad attivare le emozioni di chi la usa o guarda”, scrive, “allora essa ha raggiunto la sua bellezza.”

Contro le mode e le teorie

Pur senza polemiche esplicite, il libro contiene una critica sottile ma decisa a molte tendenze dell’architettura contemporanea: la spettacolarizzazione, la riduzione a immagine fotogenica, l’ossessione per la novità formale, il distacco dalla realtà materiale e costruttiva. Zumthor esprime scetticismo verso le teorie architettoniche che partono da concetti astratti invece che dall’esperienza concreta del fare e dell’abitare.

“Io sono uno di quelli cui le citazioni e i giochi eruditi interessano poco”, confessa, “le cose che amo di più sono semplici, vere, essenziali, mi piacciono le cose complete, rifinite nel modo giusto, che possano diventare parte della mia vita e aiutarmi a capire la vastità della storia e del tempo.” Questa ricerca di autenticità e concretezza si traduce in un approccio all’architettura che privilegia il rapporto diretto con il luogo, con i materiali, con la luce, rispetto all’adesione a stili o teorie precostituite.

Il processo creativo

Una parte significativa del libro è dedicata alla descrizione del processo creativo di Zumthor, un aspetto raramente trattato con tanta onestà e precisione nella letteratura architettonica. L’architetto svizzero non nasconde le difficoltà, i dubbi, le intuizioni che accompagnano la genesi di un progetto. Descrive un processo fatto di tentativi pazienti, di attese, di verifiche continue attraverso modelli e campioni materici.

Particolarmente interessante è il suo rapporto con il disegno: Zumthor diffida degli schizzi troppo precoci, delle visualizzazioni affrettate, preferendo un approccio più meditativo in cui l’idea architettonica emerge gradualmente dall’ascolto del luogo e del programma. “Quando lavoro a un progetto”, spiega, “mi lascio guidare da immagini e atmosfere che ricordo e posso collegare all’architettura che sto cercando, dalla qualità della luce e degli spazi, dell’atmosfera, dei suoni. Disegnare è un processo di osservazione e di scoperta.”

L’atmosfera come obiettivo

Un concetto chiave dell’approccio di Zumthor, che attraversa tutti i testi raccolti nel libro, è quello di “atmosfera”. Con questo termine l’architetto svizzero indica quella qualità ineffabile ma immediatamente percepibile che caratterizza gli spazi architettonici significativi: un mix di sensazioni fisiche, risonanze emotive, associazioni mnemoniche che scaturisce dall’interazione tra materiali, proporzioni, luce, suoni.

“Entro in un edificio”, scrive, “vedo una stanza, e – in una frazione di secondo – ho una sensazione di ciò che è. L’atmosfera parla alla nostra percezione emotiva, quella che funziona in modo istantaneo, che noi esseri umani possediamo per sopravvivere.” Questa qualità atmosferica è per Zumthor il vero obiettivo dell’architettura, più importante delle soluzioni formali o delle dichiarazioni concettuali.

È significativo che, pur essendo un libro di riflessioni teoriche, “Pensare l’architettura” dedichi relativamente poco spazio alle opere specifiche di Zumthor. Quando l’architetto parla dei propri progetti – le Terme di Vals, la Cappella di Bruder Klaus, il Museo di Bregenz – lo fa con sobrietà, concentrandosi non tanto sulle soluzioni formali quanto sulle intenzioni emotive e sensoriali che hanno guidato le scelte progettuali.

Un’architettura radicata e aperta

Un altro tema fondamentale del libro è il rapporto tra architettura e luogo. Zumthor rifiuta sia l’approccio modernista che impone forme universali a contesti diversi, sia il regionalismo superficiale che imita acriticamente le forme tradizionali. La sua è una ricerca di radici più profonde, di un’architettura che risponde in modo specifico e attento alle caratteristiche fisiche, climatiche, culturali e storiche di ogni sito.

“Costruire è sempre un costruire su qualcosa che già esiste, e questo modifica la nostra realtà”, osserva. “In questo senso, io cerco di comprendere il compito che mi è stato affidato, l’essenza del luogo che mi è stato proposto.” Questa attenzione al contesto non si traduce però in provincialismo o chiusura: l’architettura di Zumthor, pur profondamente radicata, è aperta al dialogo con tradizioni diverse e con le sfide contemporanee.

Lo stile come ricerca di autenticità

“Pensare l’architettura” affronta anche, in modo obliquo ma profondo, la questione dello stile. Zumthor diffida delle etichette stilistiche e delle mode passeggere, ma è consapevole che ogni architetto sviluppa, volente o nolente, un linguaggio personale riconoscibile. Per lui, però, lo stile non è un insieme di forme o elementi da applicare indiscriminatamente, ma il risultato di una coerenza più profonda, di una fedeltà alle proprie convinzioni e sensibilità.

“Se un’opera architettonica è ancorata saldamente nel suo luogo e nel suo tempo, se è legata sensibilmente al significato che deriva dalle cose e se questi significati hanno a loro volta formato lo sguardo dell’architetto su di esse, allora l’opera ha le sue radici nel luogo, appartiene al luogo e arricchisce il luogo”, scrive. Questa visione dello stile come autenticità, come coerenza tra pensiero e azione, tra intenzione e realizzazione, è forse uno degli insegnamenti più preziosi del libro.

Un libro per architetti e non solo

“Pensare l’architettura” si rivolge naturalmente agli architetti e agli studenti di architettura, offrendo loro non tanto soluzioni tecniche o formali, quanto un modello di atteggiamento verso la professione: paziente, attento, rigoroso, aperto alla bellezza ma diffidente verso gli effetti facili. Ma il libro parla con uguale efficacia anche ai non specialisti, a chiunque sia interessato al rapporto tra esseri umani e spazio costruito, tra memoria e presenza, tra materia e significato.

La scrittura di Zumthor, infatti, pur essendo estremamente precisa nel descrivere questioni architettoniche specifiche, riesce a trascenderle per toccare temi universali: la qualità dell’abitare, l’esperienza della bellezza, il rapporto con il passato e con il futuro. In questo senso, “Pensare l’architettura” è anche un libro di filosofia pratica, di riflessione sul senso del fare e del vivere.

Conclusione: la persistenza del reale

In un’epoca di realtà virtuali e di architetture spettacolari concepite più per essere fotografate che abitate, il messaggio centrale di “Pensare l’architettura” – l’insistenza sulla concretezza materiale, sull’esperienza corporea, sulla presenza fisica degli edifici – acquisisce una rilevanza particolare. Zumthor ci ricorda che l’architettura, nonostante tutte le trasformazioni tecnologiche e culturali, rimane fondamentalmente l’arte di creare luoghi in cui i corpi umani possano dimorare con dignità e gioia.

Il libro si conclude con una riflessione che è anche un invito: “Mi piace l’idea che noi architetti ci occupiamo di costruire la casa per l’uomo, una casa che non è solo funzionale, ma che cerca sempre di esprimere qualcosa di più, una visione del mondo, un’idea di ordine. Questo pensiero è la vera sfida dell’architettura: elevare la realtà funzionale al rango di poetica.” In questa tensione tra funzionalità e poesia, tra necessità pratica e aspirazione spirituale, tra radicamento e apertura risiede forse il segreto della grande architettura e, per estensione, di ogni attività umana significativa.

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