C’è un libro che, pur non essendo un trattato di architettura, ha influenzato profondamente il modo in cui architetti, urbanisti e teorici pensano la città contemporanea. “Le città invisibili” di Italo Calvino, pubblicato nel 1972, occupa questa posizione anomala e privilegiata: un’opera letteraria capace di offrire intuizioni sulla natura dello spazio urbano più illuminanti di molti saggi specialistici. Attraverso una serie di descrizioni di città immaginarie – tutte con nomi femminili – raccontate da Marco Polo all’imperatore Kublai Khan, Calvino costruisce un catalogo di possibilità urbane che è anche una riflessione sulla condizione umana nel mondo contemporaneo.
La struttura: una città di parole
La struttura del libro è essa stessa architettonica. Le 55 città descritte sono organizzate in 11 categorie tematiche (le città e la memoria, le città e il desiderio, le città e i segni, le città sottili, le città e gli scambi, le città e gli occhi, le città e il nome, le città e i morti, le città e il cielo, le città continue, le città nascoste) e distribuite in nove capitoli, ciascuno incorniciato da un dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan. Questa composizione geometrica, con le sue simmetrie e i suoi rimandi interni, crea una sorta di città testuale che il lettore attraversa, scoprendo connessioni inaspettate tra descrizioni apparentemente autonome.
La strategia narrativa è raffinata: Marco Polo, viaggiatore veneziano alla corte del Gran Khan, descrive all’imperatore le città del suo vasto impero che ha visitato. Con il progredire del racconto, però, diventa evidente che queste città sono immaginarie, o meglio, sono trasformazioni e proiezioni di un’unica città – Venezia – che Polo porta sempre con sé come termine di paragone e come fonte inesauribile di immagini. Il dialogo tra i due personaggi – uno che racconta ciò che ha visto (o immagina di aver visto), l’altro che cerca di mappare e comprendere un impero troppo vasto per essere conosciuto direttamente – diventa così una meditazione sul significato stesso di città, sul rapporto tra realtà e rappresentazione, tra esperienza concreta e immaginazione.
Oltre il funzionalismo: la città come simbolo
Uno dei contributi più significativi de “Le città invisibili” al pensiero architettonico è la sua rivendicazione della dimensione simbolica della città. Contro la visione funzionalista che riduceva lo spazio urbano a un sistema di flussi, funzioni e zonizzazioni, Calvino ricorda che la città è sempre stata anche un sistema di simboli, un luogo dove si materializzano desideri, paure, memorie e aspirazioni. Le sue città immaginarie – da Zenobia, costruita su palafitte ma adornata di cupole e minareti, a Tamara, dove ogni cosa è un segno di qualcos’altro – ci invitano a guardare oltre la superficie materiale per scoprire i significati stratificati dell’ambiente urbano.
Questa dimensione simbolica non è un’aggiunta ornamentale ma una componente essenziale dell’esperienza urbana. Come scrive Calvino stesso in una delle cornici dialogiche: “Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”
La memoria e l’identità urbana
Una delle categorie più affascinanti del libro è quella delle “città e la memoria”. Attraverso descrizioni di città come Zaira o Zora, Calvino esplora il modo in cui l’ambiente urbano funziona come dispositivo mnemonico collettivo, come archivio materiale di esperienze e storie che definiscono l’identità di una comunità. “La città non dice il suo passato,” scrive a proposito di Zaira, “lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale…”
Questa intuizione sulla natura mnemonica della città è particolarmente rilevante oggi, in un’epoca di rapide trasformazioni urbane che rischiano di cancellare le tracce del passato. Calvino ci ricorda che la memoria non è un lusso nostalgico ma una componente essenziale della vita urbana, che permette ai cittadini di orientarsi non solo nello spazio fisico ma anche nel tempo storico e nell’universo simbolico della loro cultura.
Il desiderio e l’utopia
Un’altra categoria fondamentale è quella delle “città e il desiderio”. Attraverso descrizioni di città come Anastasia, “città ingannatrice” che promette felicità ma offre solo illusioni, o Fedora, che conserva in un museo le versioni alternative di se stessa immaginate dai suoi abitanti, Calvino esplora il ruolo del desiderio e dell’immaginazione nella costruzione dello spazio urbano. La città non è solo ciò che è, ma anche ciò che potrebbe essere, ciò che i suoi abitanti sognano che diventi.
Questa tensione tra realtà e possibilità, tra città costruita e città immaginata, è un tema centrale nella cultura architettonica, dal Rinascimento alle avanguardie del XX secolo. Le città invisibili di Calvino ci ricordano che ogni città reale è abitata da innumerevoli città possibili, e che l’immaginazione architettonica non è un’evasione dalla realtà ma un modo per trasformarla.
La comunicazione e i segni
La categoria delle “città e i segni” esplora una dimensione particolarmente rilevante per l’architettura contemporanea: la città come sistema di comunicazione, come rete di segni che i cittadini interpretano quotidianamente. In città come Tamara, dove “lo sguardo percorre le vie come pagine scritte”, o Ipazia, dove i simboli nascondono significati contraddittori, Calvino riflette sul modo in cui l’ambiente urbano comunica con i suoi abitanti, trasformandoli in lettori di un testo infinitamente complesso.
Questa visione semiotica della città anticipa sviluppi teorici che sarebbero diventati centrali negli anni successivi, dalla “Learning from Las Vegas” di Venturi, Scott Brown e Izenour all’interesse per la dimensione narrativa e comunicativa dell’architettura espresso da figure come Bernard Tschumi o Peter Eisenman. Calvino ci invita a considerare la città non solo come sistema funzionale ma anche come sistema significante, come medium attraverso cui una società comunica con se stessa.
La leggerezza e la pesantezza
Un’opposizione che attraversa tutto il libro, particolarmente evidente nella categoria delle “città sottili”, è quella tra leggerezza e pesantezza. Città come Ottavia, “città-ragnatela” sospesa sopra un abisso, o Armilla, ridotta alle sole tubature dell’acqua e abitata da ninfe e naiadi, rappresentano un ideale di leggerezza che contrasta con la pesantezza di città come Zenobia o Bersabea. Questa dialettica risuona profondamente con le ricerche dell’architettura contemporanea, con la sua tensione tra materialità e smaterializzazione, tra permanenza e flessibilità, tra strutture massicce e membrane leggere.
La leggerezza calviniana, però, non è mai mera evanescenza o negazione della materia. Come l’autore avrebbe spiegato nelle sue “Lezioni americane”, scritte poco prima della morte, la leggerezza è una qualità che nasce da un uso consapevole e preciso della parola (o, per estensione, dell’elemento architettonico), da una sottrazione del peso superfluo che non impoverisce ma intensifica l’esperienza. Questa concezione trova eco nelle ricerche di architetti come Peter Zumthor o Tadao Ando, la cui architettura apparentemente essenziale è in realtà densa di significati e sensazioni.
La continuità e la frammentazione
La categoria delle “città continue” affronta una questione cruciale dell’urbanistica contemporanea: la tendenza delle città a espandersi indefinitamente, fino a fondersi in conurbazioni senza limiti chiari. Città come Leonia, che accumula rifiuti al suo esterno, o Cecilia, che ha inglobato la campagna circostante al punto che non si sa più dove finisce e dove comincia, rappresentano visioni distopiche di un’urbanizzazione incontrollata che anticipa fenomeni come lo sprawl suburbano o le megacities contemporanee.
Al contempo, però, Calvino esplora anche la frammentazione interna della città, la coesistenza di realtà diverse e talvolta contraddittorie all’interno dello stesso spazio urbano. Città come Berenice, che contiene una “città giusta” nascosta all’interno di una città ingiusta, o Marozia, dove convivono un “ratto grigio” e una “rondine che vola”, ci invitano a riconoscere la pluralità di esperienze e realtà che coesistono in ogni ambiente urbano.
La sostenibilità ante litteram
Sebbene scritto in un periodo in cui il concetto di sostenibilità non era ancora centrale nel dibattito urbanistico, “Le città invisibili” contiene intuizioni sorprendentemente attuali su questioni come il rapporto tra città e risorse naturali, la gestione dei rifiuti, l’equilibrio ecologico. Città come Leonia, ossessionata dal consumo e sommersa dai suoi stessi rifiuti, o Armilla, dove l’acqua è protagonista, anticipano preoccupazioni che sarebbero diventate urgenti nei decenni successivi.
Particolarmente significativa è la riflessione sulla città di Andria, costruita in modo che “i suoi vicoli e le sue scale fossero disposti in modo da corrispondere ai giri delle stelle”. Qui Calvino suggerisce un’idea di città in armonia con l’ordine cosmico, che risuona con le attuali ricerche su un’architettura bioclimatica e biofilica, capace di rispondere ai ritmi naturali e di inserirsi armoniosamente nell’ecosistema.
Le implicazioni filosofiche
Oltre ai temi specificamente architettonici e urbanistici, “Le città invisibili” esplora questioni filosofiche fondamentali che hanno profonde implicazioni per il pensiero sulla città. La tensione tra ordine e caos, tra pianificazione razionale e crescita organica, tra individualità e collettività attraversa tutto il libro, incarnata in città come Ersilia, dove i rapporti tra le persone sono materializzati da fili tesi tra le case, o Baucis, i cui abitanti vivono su palafitte e osservano la terra con cannocchiali.
Particolarmente rilevante è la riflessione sul rapporto tra linguaggio e realtà, tra la città come è descritta e la città come è vissuta. Il dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan è anche una meditazione sui limiti del linguaggio e della rappresentazione, sulla possibilità o impossibilità di comunicare l’esperienza di un luogo. Questa consapevolezza dei limiti della rappresentazione è cruciale per l’architettura, una disciplina che opera costantemente nella tensione tra disegno e costruzione, tra progetto e realizzazione.
L’eredità per l’architettura contemporanea
L’influenza de “Le città invisibili” sull’architettura contemporanea è stata profonda e multiforme. Architetti come Rem Koolhaas, Steven Holl, Aldo Rossi hanno dichiarato esplicitamente il loro debito verso l’opera di Calvino, che ha offerto loro non solo metafore suggestive ma anche un modo di pensare la città come sistema complesso di relazioni materiali e immateriali.
Il libro ha contribuito a legittimare un approccio all’architettura che valorizza la narrazione, l’immaginazione, la dimensione poetica dello spazio, in contrapposizione a visioni puramente funzionaliste o tecnocratiche. Ha offerto agli architetti un linguaggio per parlare della dimensione esperienziale e fenomenologica dell’ambiente costruito, per esplorare il modo in cui gli edifici e gli spazi urbani generano emozioni, memorie, significati.
Allo stesso tempo, “Le città invisibili” ha ampliato il repertorio di immagini e possibilità a disposizione degli architetti, suggerendo forme urbane che sfidano le convenzioni: città sospese, città sotterranee, città fatte di tubi o di specchi. Queste visioni non sono proposte come modelli da realizzare letteralmente, ma come dispositivi per pensare in modo nuovo la relazione tra spazio, società e ambiente.
Conclusione: la città come testo aperto
Nella sua conclusione, il libro offre una visione che resta particolarmente attuale: quella della città come testo aperto, come sistema di possibilità piuttosto che come forma definita una volta per tutte. L’ultimo dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan si conclude con l’immagine della “città infernale”, di cui il veneziano dice: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Questa visione della città come campo di possibilità contrastanti, come spazio in cui coesistono “inferno” e “non inferno”, offre un’alternativa tanto all’ottimismo ingenuo quanto al pessimismo paralizzante. Ci invita a guardare la città non come un sistema chiuso da accettare o rifiutare in blocco, ma come un processo aperto in cui possiamo intervenire, riconoscendo e coltivando gli elementi di valore, resistendo alle tendenze disumanizzanti.
In questa apertura alle possibilità, in questa fiducia nella capacità umana di immaginare e costruire spazi migliori anche in mezzo alle contraddizioni del presente, risiede forse il lascito più prezioso de “Le città invisibili” per chi oggi si occupa di architettura e urbanistica. Un libro che, pur non offrendo soluzioni tecniche o formule progettuali, continua a nutrire l’immaginazione architettonica con la sua ricchezza di immagini, la sua profondità di pensiero, la sua fiducia nel potere trasformativo delle parole – e, per estensione, degli spazi che abitiamo.





Le donne hanno le scarpe e io ho i libri: ognuno ha il feticismo che si merita!








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